Gravina, la prima domenica “Arancione”, reportage da una città che ha paura ma, non si arrende e si interroga

Tante le domande che restano senza una risposta, tra gli abitué dell’aperitivo, in giro tra i bar della città. Adesso, tutti si chiedono perché non si è fatto nulla per uno tsunami annunciato, da almeno sei mesi!

Gravina e la sua personalissima banale storia di pandemia. In un momento come questo, ci si può rendere conto dello stato mondiale delle cose anche attraverso gli occhi di chi vive in un microcosmo. Un po’ come la luna che si moltiplica nella stessa misura su tutte pozzanghere, siano esse piccole o grandi, così è una pandemia che per molte sfaccettature rende, per fare un esempio, la vita di chi abita nella Grande Mela identica a quella di chi vive in un piccolo paese etneo come Gravina. Le paure sono le stesse, forse anche le stesse rabbie o la stessa diversificazione (scusate il bisticcio di parole) di comportamenti individuali che sommati diventano percentuale, quindi collettivi. Come si comportano i gravinesi?

Per quel che ho visto, bene. Adesso bene. La gente, complice un tempo primaverile da far invidia all’Eden, non rinuncia alle passeggiate e qualche chiacchierata , magari prendendo qualcosa al bar, pur dovendo rinunciare a sedersi attorno ad un tavolino. E non è cosa da poco, in quanto quegli umili tavolini di plastica o alluminio, rappresentano miriadi di storie dalle nature più disparate; Lì spesso nascono o si disfano amicizie ed amori, si ascoltano (spesso romanzati) racconti di anziani, recite di poesie, riflessioni filosofiche e quesiti esistenziali, gossip , strilli dei bimbi, incontri ravvicinati con cani di qualsiasi tipo…

Forse è per questo che la mezza serrata dei bar imposta dal governo che ha dichiarato la nostra isola zona arancione, ha avuto un’impatto traumatico sulla stragrande maggioranza di noi. La gente si comporta bene, dicevo, indossa le mascherine ovunque, mantiene le distanze, porta con se il disinfettante , rispetta tutte le regole, anche quelle mal digerite. Ma così non fu fino ad un mese fa quando già la fatidica e preannunciata seconda ondata aveva preso il sopravvento su tutte le altre notizie nazionali. Il lassismo era palese da parte di tutti, cittadini, amministratori, forze dell’ordine che chiudevano troppi occhi, passando davanti agli assembramenti delle manifestazioni di fine settembre, quest’anno paradossalmente tenutesi in piazza e non nello spaziosissimo anfiteatro del parco Borsellino, e le varie cresime rimandate , anche qui paradossalmente, ad ottobre.

Non è che la sottoscritta sia stata uno stinco di santo, ma ammetto di aver strabuzzato più volte gli occhi assieme ad amici o semplici interlocutori, nell’assistere a scene da far venire i brividi. Allora, mi chiedo: Adesso ci comportiamo bene per paura di ammalarci o per quella civiltà che dovrebbe renderci sempre ligi alle regole? Il fatalismo congenito di noi siculi è evaporato adesso per ansia o per senso di bene comune? In tutto ciò i paradossi evidenti di questo ennesimo, in questa prima domenica “arancione” continuano a suscitare rabbia che diventa palpabile a volte scaricata sotto altre forme. In questi giorni infatti ci capita di assistere a liti per futili motivi come non mai; e forse questa è la forma più innocua della sua trasformazione poiché non è raro che essa si tramuti in angoscia, senso d’impotenza, paura di perdere il controllo e frustrazione per i più svariati motivi, compreso quello di perdere tutto ciò su cui avevi investito: Il lavoro. Che significa anche famiglia, armonia, serenità. Non è facile dover affrontare tutto questo e la domanda che quasi tutti si fanno, al di là dei colori politici a cui si appartiene, è: Perché in sei mesi non è stato fatto nulla per arginare uno tsunami preannunciato?

Silvia Fabiola Galiano